Il Punto sulla Coltivazione Domestica Di Cannabis

E’ da poco uscito un comunicato stampa della CorteCostituzionale su un ricorso circa la punibilità della coltivazione domestica di modica quantità ad uso personale: nel dispositivo la Consulta dichiara infondata la questione rifacendosi all’ Art.75, D.P.R. 309/1990, in materia di stupefacenti.martelletto

Ogni commento più esaustivo dovrà aspettare il deposito della motivazione e c’è pur sempre la possibilità che vi sia una sentenza interpretativa di rigetto. In questa sede si vuole solo fare il punto sulla situazione attuale con alcune riflessioni a puro scopo divulgativo, per cui ogni approfondimento è liberamente lasciato alla singola persona.

Non si illuda il lettore in quanto dalla lettura del dispositivo si evince che la Consulta sembra orientata in senso punitivo e, come sempre accade quando non ci sono le condizioni politiche, si farà scudo con la solita frase fatta “…non spetta a questa corte, bensì al legislatore…” , utilizzata a seconda delle evenienze e delle convenienze.

Non verrà abrogata in toto la normativa in questione anche perché si verrebbero a creare vuoti legislativi irragionevoli e disuguaglianze di trattamento. Di questo sarebbe meglio che se ne occupasse il legislatore, delimitando con chiarezza ciò che è lecito e ciò che va punito, ma anche questa è una mera illusione perché attualmente non ci sono le condizioni politiche.

Nonostante ciò va mantenuta viva la speranza e bisogna fare informazione a tutti i livelli, il tempo gioca a favore dei cambiamenti e la prossima generazione sarà di sicuro più consapevole e sensibile a questi temi.

Cosa succede nelle corti di merito e in quelle superiori, ove è scaricata tutta la responsabilità della punibilità in materia?

E’ evidente l’eccesso di discrezionalità del giudice: è legittimo decidere tenendo conto delle peculiarità del caso, ma guai ad arrivare al puro ed aprioristico arbitrio, sganciato dalla conoscenza della realtà naturale dei fatti.

Esistono in rete vari siti liberamente accessibili (o quasi!) di commenti alla giurisprudenza e sono rimasto favorevolmente colpito dalla vivacità del dibattito e dalla conoscenza  approfondita della materia, non solo in senso giuridico.

Condivido in pieno l’irrazionalità della distinzione tra detenzione ai fini del consumo personale, non punibile, e la coltivazione domestica di poche piantine, al contrario punibile. Sottolineo che la detenzione è una attività prodromica che può essere sì strumentale al consumo personale, ma che può anche essere preordinata allo spaccio. All’opposto la coltivazione domestica (non certo quella di un intero campo!) è sempre univocamente preordinata al consumo personale.

Questa realtà dei fatti non è del tutto recepita dalla Suprema Corte, ove vi è un acceso contrasto tra la VI e la IV sezione penale e perfino all’interno delle stesse sezioni. Un precedente pronunciamento a S.U. del 2008  aveva stabilito irrazionalmente che in ogni caso la coltivazione domestica aumenta la quantità di stupefacente circolante e che, quindi, deve essere punita. A questo punto, tanto premesso, un nuovo pronunciamento a S.U. è  auspicabile per riportare il diritto alla ragionevolezza e alla coerenza dei fatti (e non, invece, alla perversione dei fatti), ri-orientando così il sistema punitivo. Per arrivare a quanto auspicato si fa uso dei concetti di uso personale, di modica quantità, di tenuità del fatto, dell’inoffensività della condotta, della non punibilità in concreto.

Voglio ricordare a tutti che quand’anche una persona andasse esente da sanzioni penali, resterebbe comunque assoggettata a sanzioni amministrative. Di queste odiose misure, degne di uno Stato poliziesco, preferisco dire solamente che per me non sono misure garantiste e la loro esistenza non sarebbe nemmeno necessaria: una condotta o è punibile o non lo è, fermo restando che l’accertamento dei fatti spetta ad un  giudice terzo ed imparziale con tutte le garanzia di legge e mai alla pubblica amministrazione, che a sua discrezione sanziona d’autorità tutto ciò che le pare e piace senza alcun limite.

La battaglia si combatte tutti i giorni nel silenzio delle aule di tribunale, ma non dimentichiamo che si tratta pur sempre della vita e dei diritti delle persone coinvolte loro malgrado.

Qualche parola sul principio di offensività in base al quale la risposta sanzionatoria penale è giustificata solo in quanto un bene giuridico o un diritto assoluto è stato leso. Quale bene giuridico o diritto lede chi coltiva in privato una modica quantità di cannabis? Non  è una giustificazione valida tirare in ballo la protezione della salute delle persone, perché altrimenti per coerenza si dovrebbe dire che anche le sigarette, l’alcool e perfino gli antidepressivi spacciati in farmacia dovrebbero essere proibiti, ledono la salute generale e sono tutte, per di più, anche più diffuse e pericolose.

No! Non vogliamo proibire tutto, sarebbe un ritorno ad un passato fallimentare, noi siamo per le libertà e sosteniamo un consumo libero, consapevole e moderato della cannabis. Nell’uso ricreativo, riservato ai maggiorenni, non vediamo nessun rischio serio per la salute della persona, almeno non più dell’alcool, del tabacco e degli psicofarmaci: in altre parole, a differenza delle altre droghe pesanti, la cannabis non è incompatibile con un normalissimo stile di vita, basta un minimo di regolazione e autocontrollo.

Se, poi, ragioniamo in termini di politica criminale, la coltivazione domestica di cannabis per uso personale fa uscire il consumatore dall’illegalità del traffico di stupefacenti, sottraendo al contempo risorse economiche alla criminalità. Il pericolo viene da fuori, dal mercato illegale degli stupefacenti, che alimenta la criminalità e avvia i giovani alla tossicodipendenza, contribuendo al rafforzamento della malavita organizzata: un quadro  molto pericoloso per la sicurezza e l’ordine pubblico, beni giuridici ben più importanti che lo Stato dovrebbe assolutamente presidiare perché suo compito primario. Non a caso, ove non sono tutelati questi valori fondamentali, la popolazione percepisce l’assenza dello Stato, il cui posto vacante viene presto preso dalla criminalità mafiosa.

Ribadisco i principi che ci ispirano e ci guidano: I) libertà, non punibilità, (penale e amministrativa) della coltivazione e del consumo di cannabis ad uso personale; II) regolamentazione razionale e ragionevole della materia, non anarchia di fatto e illegalità; III) sdoganamento e accettazione sociale del libero consumo responsabile, non l’infame marchio affibbiato al consumatore, visto come un derelitto sbandato da confinare all’esterno invece che all’interno della collettività in qualità di membro attivo di essa.

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