La strada da percorrere

In occasione della recente presentazione dell’ennesima proposta di legge per la legalizzazione della cannabis si è acceso ancora una volta il dibattito sulla sua opportunità e sulla sua giustificazione, ma, ad esser sinceri, è meglio chiarire subito che non ci possiamo aspettare niente di concreto. Non è questa la strada da percorrere.

Interrogarsi su una possibile  politica di regolamentazione delle cosiddette droghe leggere è naturalmente sempre apprezzabile, se non altro perchè è preferibile avere le idee chiare su come governare ed indirizzare fenomeni sociali che, piaccia o no, sono presenti in modo rilevante nella società già da tempo, per cui bisogna farci i conti piuttosto che insistere testardamente con certe politiche inefficaci che non hanno conseguito i risultati sperati. Per questo ci aspettiamo dallo Stato risposte concrete e praticabili, anche nel lungo periodo, per dare un indirizzo preciso alla regolamentazione della materia, promuovere comportamenti positivi e contrastare quelli negativi.

Non si può affermare che il consumo a scopo ricreativo della cannabis sia salutare o, al contrario, dannoso, ma certo non è privo di rischi o di inconvenienti. La questione è un’altra, poiché l’approccio più corretto dovrebbe essere quello di inquadrare e strutturare un fenomeno che altro non è se non l’esercizio di una libertà che gli individui già possiedono e che devono solo esercitare con responsabilità, consapevolezza e continenza. Ogni altra considerazione è meritevole di attenzione e di discussione, ma non è necessario scioliere grandi dilemmi ai fini di una legislazione in materia, posto che, se anche il giudizio di valore dovesse essere negativo, questo renderebbe di per sè più impellente e doverosa la necessità dell’intervento regolatore.

Se si accetta la necessità di una nuova disciplina legale della materia bisogna tenere conto delle esperienze precedenti e valutare i modelli possibili. In Europa diversi paesi hanno optato per politiche alternative sulle cosidette droghe leggere, con approcci diversi adattati alle specificità interne, ma l’esperienza per certi versi più emblematica è senza dubbio quella degli Stati Uniti, ove la regolamentazione del consumo di cannabis si è diffusa anche ad altri stati membri certo meno liberal. Questo trend è basato su un approccio flessibile e sottile, che vede dapprima il riconoscimento dell’uso medico e terapeutico per poi approdare a libertà più o meno ampie nel consumo per fini ricreativi, tra l’altro quasi mai riconosciuto in via ufficiale, ma sostanzialmente tollerato.

Questo tipo di politiche appare più accettabile da parte della società perché consente di mostrare le proprietà positive e l’utilità concreta della cannabis, per cui le persone possono vedere da loro stesse di che cosa si tratta, senza condizionamenti esterni e senza pregiudizi.

Magari potrebbero concludere che non è così male come sembra, che si tratta di un fenomeno che può essere contenuto e regolato e che, anzi, sarebbe sciocco non approfittare delle potenzialità della sostanza, che naturalmente non si fermano all’aspetto terapeutico. In proposito si pensi alla coltivazione di canapa, un tempo fiorente e solo recentemente riabilitata dopo una lunga damnatio memoriae, che con i suoi tanti impieghi commerciali e alimentari sta finalmente dimostrando di cosa stiamo parlando: curioso che la prima cosa di cui le persone devono convincersi, quando assaggiano per la prima volta un alimento a base di canapa, è che sia innocuo per la salute e che non abbia effetti stupefacenti!

E’ auspicabile, pertanto, scindere e trattare separatamente il tema della coltivazione di canapa dalla legalizzazione della cannabis, posto che si tratta evidentemente di questioni ben distinte, con finalità del tutto diverse: nella prima, infatti, si parla di interessi commerciali, certamente trattabili con una diversa sensibilità e perciò disciplinabili in diversa sede e con altre tempistiche; al contrario, la legalizzazione della cannabis richiede più ponderazione.

In linea di massima si possono prendere come riferimenti due indirizzi diametralmente opposti, ossia quello più “statalista” e quello più “liberista“. Il primo prevede l’accentramento nelle mani dello Stato della produzione e della vendita della cannabis, il secondo lascia ogni cosa alla disponibilità dell’iniziativa privata. I due modelli possono essere variamente combinati tra loro o essere declinati con maggiore o minore intensità. E’ anche possibile regolare le singole fasi della filiera in modo diverso: coltivazione esclusivamente statale o completamente libera, monopolio statale del commercio o libera vendita. Un indirizzo più statalista, necessariamente autoritario, lascerebbe ben poca scelta ai consumatori, ma garantirebbe al massimo livello il controllo su tutta la filiera, con effetti positivi sulla salubrità del prodotto finale e sul rispetto della legalità. Al contrario, un indirizzo più liberalizzato in materia consentirebbe ai privati cittadini più intraprendenti di attivarsi per soddisfare la domanda, nel rispetto di una legislazione minima necessaria, con evidenti benefici economici e con la prospettiva dello sviluppo di un dinamico mercato interno, questa volta legale. Ciò, tuttavia, potrebbe aumentare il rischio di infiltrazioni criminali, dato che si tratta di un giro di affari a cui i trafficanti difficilmente rinuncerebbero, per cui si renderebbe necessario prevedere strumenti idonei alla sorveglianza ed al controllo della legalità, con l’introduzione di un regime di autorizzazione e di registrazione per i soggetti autorizzati alla produzione e alla  vendita.

L’aspetto più legato alla libertà individuale è la regolamentazione del consumo, compreso quello fuori dalla propria dimora, che in molti paesi vietato o limitato a determinati luoghi. E’ possibile istituire apposite associazioni “culturali”, intese come aggregazioni di consumatori per formare gruppi di acquisto e di consumo insieme, che avrebbero necessariamente lo stesso status giuridico previsto per tutte le associazioni con finalità lecite, ossia sarebbero libere di regolarsi come meglio preferiscono. Qualora venisse prevista l’obbligatorietà dell’adesione a tali associazioni, verrebbe facilitato non poco un controllo penetrante sulla fase finale del consumo, consentendo l’identifiazione rapida dei consumatori e la pronta localizzazione del prodotto finale, a tutto discapito della libertà e della riservatezza personali.

La presenza di un mercato interno può contribuire alla nascita di tutto un microcosmo legato al consumo di cannabis, una sorta di substrato culturale in grado di  elevare la considerazione generale che si ha di questo mondo, da sempre relegato nel fango e visto come un pericoloso male. Si potrebbe così avere una sorta di sdoganamento indiretto e surrettizio della cannabis, da tanti auspicato, ma che bisogna ammettere non può essere ottenuto seguendo la strada, troppo radicale, di una legalizzazione alla luce del sole, magari secondo il modello olandese: sarebbe un  boccone che la maggior parte delle persone troverebbe troppo amaro da mandar giù, tuttavia perfino i cibi più esotici possono essere conosciuti e apprezzati. Pesare e misurare le cosiddette droghe leggere per quello che realmente sono, con tutto quello che di positivo e di negativo portano con loro, senza versarvi dentro alcunché di estraneo o superfluo. Non si pretende una giustificazione ufficiale o formale dell’uso, tantomeno l’assoluzione da quel senso di colpa che la società ci ha abituati a provare quando si fa qualcosa di proibito. Al contrario, ciò che si chiede per la cannabis è il riconoscimento di quel posto che le spetterebbe tra tutte quelle cose della vita a cui gli uomini ricorrono alle volte per saziare impulsi che non hanno niente di razionale o di coscienzioso, ma per i quali non sentiamo di doverci giustificare.leaf-sfondo1

La strada per la regolamentazione della cannabis non è agevole o rapida, cionostante è preferibile percorrerla con ogni mezzo utile, perfino con ipocrisia se necessario, perché ce lo impone l’analisi storica di un secolo di doloroso proibizionismo. I valori che ci hanno sempre ispirato non possono lasciarci dubbi sul modello da seguire: quello più libero possibile, salvo il rispetto di principi e di regole fondamentali. In sintesi, questi sono i punti cardine: libera coltivazione individuale ovvero organizzata in forma di impresa, salvo l’obbligo di registrazione di tutti i produttori che immettono nel mercato; divieto generale di importazione dall’estero, con eccezione per le sementi; disciplina completa per tutte le fasi della preparazione della sostanza, con livelli minimi legali di qualità; libera commercializzazione entro precisi limiti legali di garanzia; libero consumo, individuale o anche in forma organizzata come associazione, senza alcun obbligo di registrazione, nè di autorizzazione.

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